Nasce con l’uomo il desiderio di sollevarsi dal suolo e realizzare così la naturale aspirazione all’infinito, l’innata curiosità dell’ignoto, la vocazione all’oltre e all’altro per ovviare alla consapevolezza dolorosa del proprio limite, causa prima e fondamentale, come sostiene il Leopardi, dell’infelicità del genere umano. Si legga al proposito La storia del genere umano, l’operetta morale del 1824, introduttiva alla raccolta, nella quale è chiarito senza possibilità d’appello che l’inquietudine umana nasce dalla «natura propria degli uomini», infelici ogni qual volta si rendono conto di aver visto tutto, di non avere altri spazi da esplorare, altri confini da superare e «bramando sempre e in qualunque stato l’impossibile, tanto più si travagliano con questo desiderio da sé medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri mali». (G. Leopardi, Operette morali, introduzione e note di Saverio Orlando)

Impossibilitato a tradurre in realtà il sogno del volo, l’uomo, da sempre, attribuisce tale potere alla divinità. Non c’è civiltà che non raffiguri alati anche esseri preternaturali o neghi il volo a varie personificazioni (si pensi alla Fama o alle Erinni nella cultura classica greca e latina e, ancora, alle Arpie).
Essendo il cielo lo spazio per eccellenza del divino, lo sguardo va alla volta celeste come emblema delle agognate altezze e meravigliose possibilità negate ed ecco che espressioni diffuse: «toccare il cielo con un dito», «volare alto», «per aspera ad astra», definiscono la felicità come tipica di un altro mondo, quindi di una condizione diversa da quella umana e praticamente impossibile e l’anelito spirituale come faticoso sollevarsi dal suolo e aspro sforzo di liberarsi dal petrarchesco «terreno incarco».
Se la preghiera indirizza gli sguardi al cielo, se attraverso l’esperienza mistica si compie uno straordinario volo spirituale, non è da sottovalutare nemmeno il volo della fantasia che guida la creazione artistica.

 L’immagine del volo è tradizionalmente legata all’attività d’arte quale prodotto per eccellenza dello spirito dell’uomo e quindi testimonianza di una sua natura ultrasensibile che aspira a tradursi in atto. La metafora del volo è stata applicata alle esperienze umane più schiettamente spirituali: oltre alle forme d’arte e di fede, all’amore, alle capacità della mente e alle sue grandi scoperte e invenzioni.

PAGINA 1

Milano,
8 giugno 1908

Video: Lettura da: Operette Morali, di Giacomo Leopardi, 1935. Voce di Francesco Di Lauro

La Fama

Le Erinni

Le Arpie

Giacomo Leopardi

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Testo di: Anna Bellio, Voli di Sogno nella letteratura italiana del novecento, I.S.U. Università Cattolica, 2007

DELAGRANGE VOLERA'
Milano 8 giugno 1909

Nel marzo 1908 era stata formata nell’ambito della Società Aeronautica Italiana (che aveva la sede principale a Roma) un comitato ed una delegazione da inviare in Francia con l’incarico di organizzare la venuta in Italia, per dimostrazioni di volo a Roma, Milano e Torino, di uno dei piloti che in quel periodo si erano più distinti a Parigi. La delegazione era presieduta dall’ingegnere torinese Carlo Montù, che fu poi parlamentare, dirigente sportivo e presidente del CONI, mentre tra i membri milanesi del comitato figuravano i più bei nomi cittadini tra i quali Alberto Pirelli, Gabrio Sormani, Giovanni Visconti di Modrone, Arturo Mercanti, Mario Crespi. Quando la commissione italiana incontrò Leon Delagrange a Parigi, nel marzo 1908, i due aerei Voisin, il suo e quello di Farman, apparivano i più validi in azione sui campi parigini, ma Leon Delagrange non aveva ancora fatto faville. I commissari che lo scelsero fecero dunque una scommessa sui progressi che Leon Delagrange avrebbe potuto rapidamente fare, ed ebbero fiuto. Ma non è chiaro perché scelsero Leon Delagrange e non Farman. Probabilmente si trattò di una questione economica in quanto Farman si dimostrò anche in seguito più esoso. Leon Delagrange fu comunque ingaggiato con una notevole offerta che gli fruttò, per l’intera tournée un guadagno di 50.000 Franchi Francesi (circa 150.000 € attuali), al netto delle spese. Due mesi dopo gli accordi con la delegazione italiana Leon Delagrange era pronto a partire per l’Italia, sotto gli auspici della Compagnie d’Aviation, la società da lui fondata. La tournée che veniva giustamente definita “esperimenti di aviazione” (ma non tutti compresero che c’era ancora molto da sperimentare), sarebbe iniziata da Roma, ma Leon Delagrange avrebbe comunque fatto prima tappa Milano. LD arrivò in treno a Milano il 16 maggio, poco prima di mezzogiorno, accolto dai rappresenti della SAI, della Società Milanese di Aviazione (SMA) e dalla stampa. Alle 14 si recò alla sede del Touring Club Italiano, dove si erano raccolte quasi 7000 persone per vederlo e chiedere autografi. Nel pomeriggio visitò la piazza d’armi, ed anche due ippodromi dove avrebbe potuto volare, concludendo che avrebbe preferito il vasto terreno della piazza d’armi, che era senza alberi. Il giorno seguente LD arrivò in treno a Milano il 16 maggio, poco prima di mezzogiorno, accolto dai rappresenti della SAI, della Società Milanese di Aviazione (SMA) e dalla stampa. Alle 14 si recò alla sede del Touring Club Italiano, dove si erano raccolte quasi 7000 persone per vederlo e chiedere autografi. Nel pomeriggio visitò la piazza d’armi, ed anche due ippodromi dove avrebbe potuto volare, concludendo che avrebbe preferito il vasto terreno della piazza d’armi, che era senza alberi. Il giorno seguente ebbe modo di visitare Milano e davanti alla statua di Leonardo, in piazza della Scala, gli scappò il commento “gli è mancato un motore”. Salì anche sul Duomo fino alla Madonnina, e lì disse che aveva le vertigini, ma che in aeroplano è tutta un’altra cosa. Venne intervistato dai giornali con varie domande sui suoi avversari in Francia (disse per esempio che Bleriot aveva un monoplano che doveva andare troppo veloce, e non era facile trovare un posto per atterrare). I giornali parlarono di una possibile venuta anche di Henry Farman in vista di una grande competizione fra i due assi francesi (dotazione 40.000 lire di premi), ma poi non se ne fece niente perché Farman chiedeva troppi soldi. Il 18 maggio Delagrange partì per Roma in treno. Il suo aeroplano era nel frattempo arrivato in Italia, imballato in grandi casse caricate su più vagoni. Per non avere problemi erano statati spediti anche la benzina e l’olio. Delagrange era accompagnato da Gabriel Voisin, dall’ing. Thouvenot, da due meccanici e da Therese Peltier, la sua compagna, che scriverà un resoconto della tournée per il giornale parigino "Les Sports". Il 24 maggio domenica, l’attesa per il primo volo romano, alimentata dai giornali, era elevata; era prevista anche la presenza del re e della regina. Il volo era stato annunciato per le 17,30, ma già alle 16 si era radunata una folla di 100-150.000 spettatori paganti. Ma il vento era forte, a raffiche. Delagrange non voleva uscire dall’hangar e la folla incominciò e spazientirsi e agitarsi. Verso le 18 il vento ebbe un calo sensibile e Delagrange poté uscire dall’hangar col suo apparecchio e fare dei rullaggi veloci a terra; forse si staccò brevemente da terra, ma poi dovette rinunciare per il vento ancora troppo forte. Un po’ più tardi Delagrange fece un nuovo tentativo e riuscì a volare per più di 1 km a 1m da terra, ma poi rinunciò definitivamente, riportando l’aereo nell’hangar. La folla, sentendosi ingannata, iniziò a questo punto a lanciare oggetti e ad avvicinarsi minacciosa all’hangar. Dovette intervenire la cavalleria e Delagrange venne portato via in automobile. La folla romana non capì ed alla delusione si associarono anche alcuni giornalisti e intellettuali. Il poeta Trilussa espresse il suo disappunto in un sonetto ironico, nel quale diceva fra l’altro: "….pieno de boria s’arzò quanto un mazzo de cicoria…" Ma il pubblico colto capì, e Delagrange ricevette anche fiori e lettere di scuse. Lunedì 1 giugno, al mattino presto Delagrange fece un’ultima riuscita esibizione privata per la regina madre Margherita. A un certo punto un rinforzo di vento quasi lo scagliò verso la tribuna regale, ma intanto il motore si fermò ed egli fece un atterraggio brusco, danneggiando un po’ il carrello. La regina gli si avvicinò con la sua automobile e lo complimentò, nonostante il lieve incidente. Mentre lui si inchinava a baciarle la mano nel salutarla, la regina gli disse che non le sarebbe dispiaciuto in futuro possedere un aeroplano, quando lo sport dell’aviazione fosse diventato un po’ più pratico. In serata ci fu il pranzo di gala. Il 2 giugno si procedette agli smontaggi per la spedizione a Milano. Così si concluse la tappa romana. Delagrange arrivò a Milano il 4 giugno. Le sue esibizioni erano annunciate da numerosi striscioni e manifesti, che titolavano perentoriamente “Delagrange volerà”, ed anche qui l’attesa era forte. Il luogo dove Delagrange avrebbe volato era servito due anni prima per la seconda area espositiva dell’ EXPO 1906 (la prima area espositiva era situata nell’attuale Parco Sempione). Erano i terreni della nuova piazza d’armi, un grande quadrato sul quale in seguito fu costruita la Fiera di Milano, e si può ragionevolmente ipotizzare che il campo di volo coincidesse proprio con la zona che era stata allora riservata ai palloni; l’area era ancora circondato da palizzate, e c’erano pure delle tribune. Per l’evento fu approntato un grosso hangar, dotato di acqua ed elettricità, dove l’aereo venne rimontato. Il 7 giugno domenica era prevista una prima esibizione per un pubblico scelto, ma pioveva a dirotto. L’8 ci doveva essere la prima in pubblico, tutti i biglietti erano stati venduti, ma c’è ancora maltempo. Il 9 Delagrange compì due giri del campo per un pubblico ristretto. L’11 era ancora un giorno riservato ai VIP, 500 persone che avevano pagato una bella cifra per entrare. Ma dopo aver percorso poco più di 1 km, l’apparecchio ricadde pesantemente e nel brusco atterraggio il carter del motore si danneggiò (sembra che fosse già incrinato da uno dei voli in Francia, ed ora si era rotto completamente). Un motore di ricambio arrivò dalla Francia il 16, e venne rimontato nella notte; la sera del 17 si fecero le prime prove. Il 18 giugno, in serata, ci fu la prima esibizione pubblica davanti a circa 25.000 spettatori. Delagrange compì diversi voli, ma non troppo lunghi, perché il nuovo motore aveva ancora bisogno di messa a punto. A un certo punto Delagrange ritornò in hangar, ed fu a quel punto che la folla invase il campo per vederlo da vicino. Il servizio d’ordine, memore dei problemi di Roma, fece rimanere pilota e assistenti chiusi nell’hangar, ma poi Delagrange uscì fra il grande entusiasmo. Però per quel giorno non si poterono più fare voli perché il campo era invaso. Nonostante gli inconvenienti il pubblico milanese gli aveva dimostrato simpatia e Delagrange fu così rassicurato e riacquistò fiducia di sistemare le piccole pannes del motore. Comunque anche a Milano non mancarono le malelingue, come un certo Corradini, che scrisse una composizione in milanese intitolata "La noeuva machina per volà" nella quale lamentava che i milanesi fossero fatti imbrogliare, e dove riprendendo un po' il concetto di Trilussa diceva fra l’altro: ...La gent de feura la se fissa credendo de vedel a volà un quai moment ma a furia de spettà ghe ven la stizza perché el congegn el sta semper dent, Delagrange infin el sort, el spicca un vol insci a foit che a dil propri senza boria el va no pusseè alt de la cicoria… Il 21 giugno al mattino presto c’era ancora vento forte, che poi però si calmò consentendo a Delagrange di fare dei buoni voli davanti a circa 15.000 spettatori. Il giorno successivo Delagrange era in forma e tentò di battere il suo proprio record, percorrendo circa 17 km in 16’ 30”. Il 23 giugno gli allievi del Politecnico visitarono l’hangar di Delagrange e l’ing. Thouvenot spiegò loro il funzionamento dell’aeroplano. In serata Delagrange tentò di conquistare il premio nel frattempo messo in palio dal sindaco Ponti, per un volo senza soste di ¼ d’ora, ma in un primo tentativo toccò terra leggermente per un momentaneo calo del motore. Senza darsi per vinto Delagrange dovette ricominciare tutto da capo, ma quando sembrava che ce l’avesse quasi fatta finì la benzina, dopo 14’ 27”. Fra l’entusiasmo della folla Delagrange promise di fare un nuovo tentativo il giorno dopo, ma anche il 24 giugno, nonostante vari tentativi, fino a tarda sera, il record del quarto d’ora resistette. L’indomani la troupe levò le tende e partì per Torino, soddisfatta delle prestazioni e di un pubblico più cordiale di quello romano. A ricordo dei voli milanesi di Delagrange venne posto un memoriale molti anni più tardi, in occasione del primo salone aeronautico del 1935. La stele che tuttora esiste sul fianco del Palazzo dello Sport, recita: “Da qui un uomo volò quando volare era un sogno. Il sogno concretato non sia oggi meta, ma sempre stimoli a più alte conquiste.”.

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FAMA

Fama, presso i Romani, divinità annunziatrice, e messaggera di Giove. Fama, immaginata come una donna sempre in moto, gridava continuamente e dappertutto notizie buone e cattive, era figurata giovane e irruente con ali cosparse di occhi, di bocche e di lingue, e in atto di suonare una tromba, oppure due (una per la verità, l'altra per la menzogna).
Ovidio ne dà un'ampia descrizione nel libro XII delle Metamorfosi, collocandola ai confini della terra, all'interno di un edificio bronzeo, con un numero elevatissimo di entrate, nelle quali riecheggiavano tutti i vocaboli, anche quelli appena bisbigliati

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LE ERINNI

Demoni greci della vendetta Le Erinni, divinità dall'aspetto pauroso, identificate a Roma con le Furie, perseguitano i colpevoli dei delitti contro i consanguinei, puniscono gli spergiuri e quanti si macchino dei crimini più gravi.
Esse incarnano, nelle forme primitive del mito, un'elementare e innata esigenza di giustizia, precedente qualsiasi forma di legge scritta.
Sono raffigurate come geni alati, i cui capelli sono intrecciati di serpenti; tengono in mano torce o fruste.
In senso più generale le Erinni stanno dalla parte dell'ordine stabilito.
Insorgono contro la violazione di ogni diritto, specialmente quando si offendono con spargimento di sangue i diritti della famiglia, in particolar modo chi si è macchiato di delitti quali il parricidio, il fraticidio e l'assasinio d'un amico.
Ma essenzialmente le Erinni avevano il compito di punire i trasgressori delle leggi "naturali".

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LE ARPIE

Esiodo le considera figlie di Taumante e della ninfa oceanica Elettra, quindi sorelle della dea Iride. Sono rappresentate come mostruose donne provviste d'ali oppure come uccelli dalla testa femminile. Hanno artigli aguzzi. Si diceva che abitassero le isole Strofadi, nel Mar Egeo. Più tardi, Virgilio le pone nell'anticamera degli Inferi, con gli altri mostri. Esistono due diverse tradizioni che le riguardano. Nella prima, l'omerica, erano simili ai venti di tempesta come indicano i loro nomi Aello ("urlo"), Ocipe ("volo veloce"), Celeno ("oscurità") e Podarge ("piè veloce"). Podarge si unì al dio del vento Zefiro, e generò i cavalli immortali Xanto e Balio che passarono poi ad Achille. Si considerava anche madre dei cavalli di Diomede (o dei Dioscuri), Flogeo e Arpago. Le Arpie avevano una parte nella leggenda di Pandareo. Mentre Afrodite si era ritirata con Zeus sull'Olimpo, per chiedergli di trovare alle figlie di Pandareo mariti adatti, le Arpie rapirono le fanciulle, le nascosero e più tardi le affidarono alle Erinni che le fecero soffrire in punizione dei peccati del loro padre. Ma la leggenda in cui svolgono la funzione più importante è quella che riguarda la piaga di Fineo, il re tracio che diede ospitalità agli Argonauti durante il loro viaggio verso la Colchide. Svolazzando nella sala dove banchettava Fineo, le Arpie si impossessarono del suo cibo e insudiciarono il suo tavolo con i loro escrementi. Fineo fece un accordo con gli Argonauti consentendo di profetizzare il loro futuro se l'avessero liberato da quel flagello. Calaide e Zete, gli alati figli di Borea, si levarono con la spada in mano e inseguirono le Arpie fino alle isole Strofadi nel Mar Egeo dove Iride intervenne e promise che le Arpie sarebbero ritornate alla loro caverna sul monte Ditte a Creta e mai più avrebbero molestato Fineo. Secondo un'altra tradizione inseguitori e inseguiti non fecero mai ritorno e morirono di fame e il fiume Arpide (il Tigri), nel Peloponneso, ebbe questo nome perché una di loro cercando di fuggire da Calaide e Zete annegò nelle sue profondità. Enea incontrò l'arpia Celeno alle Strofadi dove gli predisse che i suoi Troiani avrebbero raggiunto la nuova terra soltanto quando la fame li avrebbe spinti a mangiare persino le mense. Insieme alle sue compagne si impossessò del cibo dei Troiani e poiché le loro piume di acciaio erano più dure delle spade, fu impossibile scacciarle.

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GIACOMO LEOPARDI 1798 -1837

Tra i massimi scrittori della letteratura italiana di tutti i tempi, nella sua opera risulta centrale il tema dell’infelicità costitutiva dell’essere umano, intesa come legge di natura alla quale nessun uomo può sottrarsi. Lo Zibaldone di pensieri e soprattutto l'Epistolario vanno considerati non solo come documenti indispensabili per l'interpretazione dell'anima e della poesia di Leopardi, ma come opere d'arte a sé stanti che, insieme con le Operette morali, lo pongono anche tra i maggiori prosatori italiani.
(da:www.treccani.it)

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STORIA DEL GENERE UMANO
da: Operette Morali, 1835, di Giacomo Leopardi

Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe nel modo che i poeti favoleggiarono dell'educazione di Giove.
E che la terra fosse molto più piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si scuopre.
Ma nondimeno gli uomini compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l'uno e l'altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di grandezza come di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di felicità.
Così consumata dolcissimamente la fanciullezza e la prima adolescenza, e venuti in età più ferma, incominciarono a provare alcuna mutazione.
Perciocché le speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che meritassero poca fede; e contentarsi di quello che presentemente godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva loro di potere, massimamente che l'aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della vita giornaliera, o per l'assuefazione o per essere diminuita nei loro animi quella prima vivacità, non riusciva loro di gran lunga così dilettevole e grata come a principio.

Andavano per la terra visitando lontanissime contrade, poiché lo potevano fare agevolmente, per essere i luoghi piani, e non divisi da mari, né impediti da altre difficoltà; e dopo non molti anni, i più di loro si avvidero che la terra, ancorché grande, aveva termini certi, e non così larghi che fossero incomprensibili; e che tutti i luoghi di essa terra e tutti gli uomini, salvo leggerissime differenze, erano conformi gli uni agli altri.
Per le quali cose cresceva la loro mala contentezza di modo che essi non erano ancora usciti della gioventù, che un espresso fastidio dell'esser loro gli aveva universalmente occupati.
E di mano in mano nell'età virile, e maggiormente in sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio, alcuni vennero in sì fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono.

Parve orrendo questo caso agli Dei, che da creature viventi la morte fosse preposta alla vita, e che questa medesima in alcun suo proprio soggetto, senza forza di necessità e senza altro concorso, fosse a disfarlo.
Né si può facilmente dire quanto si maravigliassero che i loro doni fossero tenuti così vili ed abbominevoli, che altri dovesse con ogni sua forza spogliarseli e rigettarli; parendo loro aver posta nel mondo tanta bontà e vaghezza, e tali ordini e condizioni, che quella stanza avesse ad essere, non che tollerata, ma sommamente amata da qualsivoglia animale, e dagli uomini massimamente, il qual genere avevano formato con singolare studio a maravigliosa eccellenza.
Ma nel medesimo tempo, oltre all'essere tocchi da non mediocre pietà di tanta miseria umana quanta manifestavasi dagli effetti, dubitavano eziandio che rinnovandosi e moltiplicandosi quei tristi esempi, la stirpe umana fra poca età, contro l'ordine dei fati, venisse a perire, e le cose fossero private di quella perfezione che risultava loro dal nostro genere, ed essi di quegli onori che ricevevano dagli uomini.
Deliberato per tanto Giove di migliorare, poiché parea che si richiedesse, lo stato umano, e d'indirizzarlo alla felicità con maggiori sussidi, intendeva che gli uomini si querelavano principalmente che le cose non fossero immense di grandezza, né infinite di beltà, di perfezione e di varietà, come essi da prima avevano giudicato; anzi essere angustissime, tutte imperfette, e pressoché di una forma; e che dolendosi non solo dell'età provetta, ma della matura, e della medesima gioventù, e desiderando le dolcezze dei loro primi anni, pregavano ferventemente di essere tornati nella fanciullezza, e in quella perseverare tutta la loro vita.
Della qual cosa non potea Giove soddisfarli, essendo contraria alle leggi universali della natura, ed a quegli uffici e quelle utilità che gli uomini dovevano, secondo l'intenzione e i decreti divini, esercitare e produrre.
Né anche poteva comunicare la propria infinità colle creature mortali, né fare la materia infinita, né infinita la perfezione e la felicità delle cose e degli uomini. Ben gli parve conveniente di propagare i termini del creato, e di maggiormente adornarlo e distinguerlo: e preso questo consiglio, ringrandì la terra d'ogn'intorno, e v'infuse il mare, acciocché, interponendosi ai luoghi abitati, diversificasse la sembianza delle cose, e impedisse che i confini loro non potessero facilmente essere conosciuti dagli uomini, interrompendo i cammini, ed anche rappresentando agli occhi una viva similitudine dell'immensità.
Nel qual tempo occuparono le nuove acque la terra Atlantide, non sola essa, ma insieme altri innumerabili e distesissimi tratti, benché di quella resti memoria speciale, sopravvissuta alla moltitudine dei secoli.
Molti luoghi depresse, molti ricolmò suscitando i monti e le colline, cosperse la notte di stelle, rassottigliò e ripurgò la natura dell'aria, ed accrebbe il giorno di chiarezza e di luce, rinforzò e contemperò più diversamente che per l'addietro i colori del cielo e delle campagne, confuse le generazioni degli uomini in guisa che la vecchiezza degli uni concorresse in un medesimo tempo coll'altrui giovanezza e puerizia.
E risolutosi di moltiplicare le apparenze di quell'infinito che gli uomini sommamente desideravano (dappoi che egli non li poteva compiacere della sostanza), e volendo favorire e pascere le coloro immaginazioni, dalla virtù delle quali principalmente comprendeva essere proceduta quella tanta beatitudine della loro fanciullezza; fra i molti espedienti che pose in opera (siccome fu quello del mare), creato l'eco, lo nascose nelle valli e nelle spelonche, e mise nelle selve uno strepito sordo e profondo, con un vasto ondeggiamento delle loro cime.
Creò similmente il popolo de' sogni, e commise loro che ingannando sotto più forme il pensiero degli uomini, figurassero loro quella pienezza di non intelligibile felicità, che egli non vedeva modo a ridurre in atto, e quelle immagini perplesse e indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non poteva produrre alcun esempio reale.

Fu per questi provvedimenti di Giove ricreato ed eretto l'animo degli uomini, e rintegrata in ciascuno di loro la grazia e la carità della vita, non altrimenti che l'opinione, il diletto e lo stupore della bellezza e dell'immensità delle cose terrene.
E durò questo buono stato più lungamente che il primo, massime per la differenza del tempo introdotta da Giove nei nascimenti, sicché gli animi freddi e stanchi per l'esperienza delle cose, erano confortati vedendo il calore e le speranze dell'età verde.
Ma in progresso di tempo tornata a mancare affatto la novità, e risorto e riconfermato il tedio e la disistima della vita, si ridussero gli uomini in tale abbattimento, che nacque allora, come si crede, il costume riferito nelle storie come praticato da alcuni popoli antichi che lo serbarono, che nascendo alcuno, si congregavano i parenti e loro amici a piangerlo; e morendo, era celebrato quel giorno con feste e ragionamenti che si facevano congratulandosi coll'estinto.
All'ultimo tutti i mortali si volsero all'empietà, o che paresse loro di non essere ascoltati da Giove, o essendo propria natura delle miserie indurare e corrompere gli animi eziandio più bennati, e disamorarli dell'onesto e del retto.
Perciocché s'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e dalle cose commesse contro agli Dei; ma per lo contrario non d'altronde ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.
Ora poiché fu punita dagli Dei col diluvio di Deucalione la protervia dei mortali e presa vendetta delle ingiurie, i due soli scampati dal naufragio universale del nostro genere, Deucalione e Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa potere maggiormente giovare alla stirpe umana che di essere al tutto spenta, sedevano in cima a una rupe chiamando la morte con efficacissimo desiderio, non che temessero né deplorassero il fato comune.
Non per tanto, ammoniti da Giove di riparare alla solitudine della terra; e non sostenendo, come erano sconfortati e disdegnosi della vita, di dare opera alla generazione; tolto delle pietre della montagna, secondo che dagli Dei fu mostrato loro, e gittatosele dopo le spalle, restaurarono la specie umana.
Ma Giove fatto accorto, per le cose passate, della propria natura degli uomini, e che non può loro bastare, come agli altri animali, vivere ed essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque stato l'impossibile, tanto più si travagliano con questo desiderio da se medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri mali; deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero genere: le quali furono principalmente due.
L'una mescere la loro vita di mali veri; l'altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto d'intrattenere gli uomini, e divertirli quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità.
Quindi primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine di morbi e un infinito genere di altre sventure: parte volendo, col variare le condizioni e le fortune della vita mortale, ovviare alla sazietà e crescere colla opposizione dei mali il pregio de' beni; parte acciocché il difetto dei godimenti riuscisse agli spiriti esercitati in cose peggiori, molto più comportabile che non aveva fatto per lo passato; e parte eziandio con intendimento di rompere e mansuefare la ferocia degli uomini, ammaestrarli a piegare il collo e cedere alla necessità, ridurli a potersi più facilmente appagare della propria sorte, e rintuzzare negli animi affievoliti non meno dalle infermità del corpo che dai travagli propri, l'acume e la veemenza del desiderio.
Oltre di questo, conosceva dovere avvenire che gli uomini oppressi dai morbi e dalle calamità, fossero meno pronti che per l'addietro a volgere le mani contra se stessi, perocché sarebbero incodarditi e prostrati di cuore, come interviene per l'uso dei patimenti.
I quali sogliono anche, lasciando luogo alle speranze migliori, allacciare gli animi alla vita: imperciocché gl'infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri mali; la qual cosa, come è la natura dell'uomo, non mancano mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo.
Appresso creò le tempeste dei venti e dei nembi, si armò del tuono e del fulmine, diede a Nettuno il tridente, spinse le comete in giro e ordinò le eclissi; colle quali cose e con altri segni ed effetti terribili, instituì di spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per breve ora, non tanto gl'infelici, ma quelli eziandio che l'avessero in maggiore abbominio, e che fossero più disposti a fuggirla.
E per escludere la passata oziosità, indusse nel genere umano il bisogno e l'appetito di nuovi cibi e di nuove bevande, le quali cose non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove insino al diluvio gli uomini, dissetandosi delle sole acque, si erano pasciuti delle erbe e delle frutta che la terra e gli arbori somministravano loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidì alcuni popoli, e particolarmente quelli di California.
Assegnò ai diversi luoghi diverse qualità celesti, e similmente alle parti dell'anno, il quale insino a quel tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno e piacevole in modo, che gli uomini non avevano avuto uso di vestimenti; ma di questi per l'innanzi furono costretti a fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e inclemenze del cielo.
Impose a Mercurio che fondasse le prime città, e distinguesse il genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra loro; e che mostrasse agli uomini il canto e quelle altre arti, che sì per la natura e sì per l'origine, furono chiamate, e ancora si chiamano, divine.
Esso medesimo diede leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in ultimo volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi.
Tra i quali fantasmi fu medesimamente uno chiamato Amore, che in quel tempo primieramente, siccome anco gli altri, venne in terra: perciocché innanzi all'uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupidità, non dissimile negli uomini di allora da quello che fu di ogni tempo nei bruti, spingeva l'uno sesso verso l'altro, nella guisa che è tratto ciascuno ai cibi e a simili oggetti, i quali non si amano veramente, ma si appetiscono.

Fu cosa mirabile quanto frutto partorissero questi divini consigli alla vita mortale, e quanto la nuova condizione degli uomini, non ostante le fatiche, gli spaventi e i dolori, cose per l'addietro ignorate dal nostro genere, superasse di comodità e di dolcezza quelle che erano state innanzi al diluvio. E questo effetto provenne in gran parte da quelle maravigliose larve; le quali dagli uomini furono riputate ora geni ora iddii, e seguite e culte con ardore inestimabile e con vaste e portentose fatiche per lunghissima età; infiammandoli a questo dal canto loro con infinito sforzo i poeti e i nobili artefici; tanto che un grandissimo numero di mortali non dubitarono chi all'uno e chi all'altro di quei fantasmi donare e sacrificare il sangue e la vita propria. La qual cosa, non che fosse discara a Giove, anzi piacevagli sopra modo, così per altri rispetti, come che egli giudicava dovere essere gli uomini tanto meno facili a gittare volontariamente la vita, quanto più fossero pronti a spenderla per cagioni belle e gloriose. Anche di durata questi buoni ordini eccedettero grandemente i superiori; poiché quantunque venuti dopo molti secoli in manifesto abbassamento, nondimeno eziandio declinando e poscia precipitando, valsero in guisa, che fino all'entrare di un'età non molto rimota dalla presente, la vita umana, la quale per virtù di quegli ordini era stata già, massime in alcun tempo, quasi gioconda, si mantenne per beneficio loro mediocremente facile e tollerabile. Le cagioni e i modi del loro alterarsi furono i molti ingegni trovati dagli uomini per provvedere agevolmente e con poco tempo ai propri bisogni; lo smisurato accrescimento della disparità di condizioni e di uffici constituita da Giove tra gli uomini quando fondò e dispose le prime repubbliche; l'oziosità e la vanità che per queste cagioni, di nuovo, dopo antichissimo esilio, occuparono la vita; l'essere, non solo per la sostanza delle cose, ma ancora da altra parte per l'estimazione degli uomini, venuta a scemarsi in essa vita la grazia della varietà, come sempre suole per la lunga consuetudine; e finalmente le altre cose più gravi, le quali per essere già descritte e dichiarate da molti, non accade ora distinguere.
Certo negli uomini si rinnovellò quel fastidio delle cose loro che gli aveva travagliati avanti il diluvio, e rinfrescossi quell'amaro desiderio di felicità ignota ed aliena dalla natura dell'universo.
Ma il totale rivolgimento della loro fortuna e l'ultimo esito di quello stato che oggi siamo soliti di chiamare antico, venne principalmente da una cagione diversa dalle predette: e fu questa.
Era tra quelle larve, tanto apprezzate dagli antichi, una chiamata nelle costoro lingue Sapienza; la quale onorata universalmente come tutte le sue compagne, e seguita in particolare da molti, aveva altresì al pari di quelle conferito per la sua parte alla prosperità dei secoli scorsi.
Questa più e più volte, anzi quotidianamente, aveva promesso e giurato ai seguaci suoi di voler loro mostrare la Verità, la quale diceva ella essere un genio grandissimo, e sua propria signora, né mai venuta in sulla terra, ma sedere cogli Dei nel cielo; donde essa prometteva che coll'autorità e grazia propria intendeva di trarla, e di ridurla per qualche spazio di tempo a peregrinare tra gli uomini: per l'uso e per la familiarità della quale, dovere il genere umano venire in sì fatti termini, che di altezza di conoscimento, eccellenza d'instituti e di costumi, e felicità di vita, per poco fosse comparabile al divino.
Ma come poteva una pura ombra ed una sembianza vota mandare ad effetto le sue promesse, non che menare in terra la Verità? Sicché gli uomini, dopo lunghissimo credere e confidare, avvedutisi della vanità di quelle profferte; e nel medesimo tempo famelici di cose nuove, massime per l'ozio in cui vivevano; e stimolati parte dall'ambizione di pareggiarsi agli Dei, parte dal desiderio di quella beatitudine che per le parole del fantasma si riputavano, conversando colla Verità essere per conseguire; si volsero con instantissime e presuntuose voci dimandando a Giove che per alcun tempo concedesse alla terra quel nobilissimo genio, rimproverandogli che egli invidiasse alle sue creature l'utilità infinita che dalla presenza di quello riporterebbero; e insieme si rammaricavano con lui della sorte umana, rinnovando le antiche e odiose querele della piccolezza e della povertà delle cose loro.
E perché quelle speciosissime larve, principio di tanti beni alle età passate, ora si tenevano dalla maggior parte in poca stima; non che già fossero note per quelle che veramente erano, ma la comune viltà dei pensieri e l'ignavia dei costumi facevano che quasi niuno oggimai le seguiva; perciò gli uomini bestemmiando scelleratamente il maggior dono che gli eterni avessero fatto e potuto fare ai mortali, gridavano che la terra non era degnata se non dei minori geni; ed ai maggiori, ai quali la stirpe umana più condecentemente s'inchinerebbe, non essere degno né lecito di porre il piede in questa infima parte dell'universo.

Molte cose avevano già da gran tempo alienata novamente dagli uomini la volontà di Giove; e tra le altre gl'incomparabili vizi e misfatti, i quali per numero e per tristezza si avevano di lunghissimo intervallo lasciate addietro le malvagità vendicate dal diluvio.
Stomacavalo del tutto, dopo tante esperienze prese, l'inquieta, insaziabile, immoderata natura umana; alla tranquillità della quale, non che alla felicità, vedeva oramai per certo, niun provvedimento condurre, niuno stato convenire, niun luogo essere bastante; perché quando bene egli avesse voluto in mille doppi aumentare gli spazi e i diletti della terra, e l'università delle cose, quella e queste agli uomini, parimente incapaci e cupidi dell'infinito, fra breve tempo erano per parere strette, disamene e di poco pregio.
Ma in ultimo quelle stolte e superbe domande commossero talmente l'ira del dio, che egli si risolse, posta da parte ogni pietà, di punire in perpetuo la specie umana, condannandola per tutte le età future a miseria molto più grave che le passate.
Per la qual cosa deliberò non solo mandare la Verità fra gli uomini a stare, come essi chiedevano, per alquanto di tempo, ma dandole eterno domicilio tra loro, ed esclusi di quaggiù quei vaghi fantasmi che egli vi avea collocati, farla perpetua moderatrice e signora della gente umana.
E maravigliandosi gli altri Dei di questo consiglio, come quelli ai quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo innalzamento dello stato nostro e in pregiudizio della loro maggioranza, Giove li rimosse da questo concetto mostrando loro, oltre che non tutti i geni, eziandio grandi, sono di proprietà benefici, non essere tale l'ingegno della Verità, che ella dovesse fare gli stessi effetti negli uomini che negli Dei.
Perocché laddove agl'immortali ella dimostrava la loro beatitudine, discoprirebbe agli uomini interamente e proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi agli occhi la loro infelicità; rappresentandola oltre a questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per niuno accidente e niuno rimedio non la possano campare, né mai, vivendo, interrompere.
Ed avendo la più parte dei loro mali questa natura, che in tanto sieno mali in quanto sono creduti essere da chi li sostiene, e più o meno gravi secondo che esso gli stima; si può giudicare di quanto grandissimo nocumento sia per essere agli uomini la presenza di questo genio.
Ai quali niuna cosa apparirà maggiormente vera che la falsità di tutti i beni mortali; e niuna solida, se non la vanità di ogni cosa fuorché dei propri dolori.
Per queste cagioni saranno eziandio privati della speranza; colla quale dal principio insino al presente, più che con altro diletto o conforto alcuno, sostentarono la vita.
E nulla sperando, né veggendo alle imprese e fatiche loro alcun degno fine, verranno in tale negligenza ed abborrimento da ogni opera industriosa, non che magnanima, che la comune usanza dei vivi sarà poco dissomigliante da quella dei sepolti.
Ma in questa disperazione e lentezza non potranno fuggire che il desiderio di un'immensa felicità, congenito agli animi loro, non li punga e cruci tanto più che in addietro, quanto sarà meno ingombro e distratto dalla varietà delle cure e dall'impeto delle azioni.
E nel medesimo tempo si troveranno essere destituiti della naturale virtù immaginativa, che sola poteva per alcuna parte soddisf arli di questa felicità non possibile e non intesa, né da me, né da loro stessi che la sospirano.
E tutte quelle somiglianze dell'infinito che io studiosamente aveva poste nel mondo, per ingannarli e pascerli, conforme alla loro inclinazione, di pensieri vasti e indeterminati, riusciranno insufficienti a quest'effetto per la dottrina e per gli abiti che eglino apprenderanno dalla Verità.
Di maniera che la terra e le altre parti dell'universo, se per addietro parvero loro piccole, parranno da ora innanzi menome: perché essi saranno instrutti e chiariti degli arcani della natura; e perché quelle, contro la presente aspettazione degli uomini, appaiono tanto più strette a ciascuno, quanto egli ne ha più notizia.

Finalmente, perciocché saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini avranno piena contezza dell'essere di quelli, mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanti saranno uomini.
Perciocché non si proponendo né patria da dovere particolarmente amare, né strani da odiare; ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo.
Dalla qual cosa quanti e quali incomodi sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare.
Né per tanta e sì disperata infelicità si ardiranno i mortali di abbandonare la luce spontaneamente: perocché l'imperio di questo genio li farà non meno vili che miseri; ed aggiungendo oltremodo alle acerbità della loro vita, li priverà del valore di rifiutarla.
Per queste parole di Giove parve agli Dei che la nostra sorte fosse per essere troppo più fiera e terribile che alla divina pietà non si convenisse di consentire.
Ma Giove seguitò dicendo. Avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore; il quale io sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano.
E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo di continuo, né sterminarlo mai dalla terra, né vincerlo se non di rado.
Sicché la vita degli uomini, parimente occupata nel culto di quel fantasma e di questo genio, sarà divisa in due parti; e l'uno e l'altro di quelli avranno nelle cose e negli animi dei mortali comune imperio.
Tutti gli altri studi, eccetto che alcuni pochi e di picciolo conto, verranno meno nella maggior parte degli uomini.
Alle età gravi il difetto delle consolazioni di Amore sarà compensato dal beneficio della loro naturale proprietà di essere quasi contenti della stessa vita, come accade negli altri generi di animali, e di curarla diligentemente per sua cagione propria, non per diletto né per comodo che ne ritraggano.

Così rimossi dalla terra i beati fantasmi, salvo solamente Amore, il manco nobile di tutti, Giove mandò tra gli uomini la Verità, e diedele appo loro perpetua stanza e signoria.
Di che seguitarono tutti quei luttuosi effetti che egli avea preveduto.
E intervenne cosa di gran maraviglia; che ove quel genio prima della sua discesa, quando egli non avea potere né ragione alcuna negli uomini, era stato da essi onorato con un grandissimo numero di templi e di sacrifici; ora venuto in sulla terra con autorità di principe, e cominciato a conoscere di presenza, al contrario di tutti gli altri immortali, che più chiaramente manifestandosi, appaiono più venerandi, contristò di modo le menti degli uomini e percossele di così fatto orrore, che eglino, se bene sforzati di ubbidirlo, ricusarono di adorarlo.
E in vece che quelle larve in qualunque animo avessero maggiormente usata la loro forza, solevano essere da quello più riverite ed amate; esso genio riportò più fiere maledizioni e più grave odio da coloro in che egli ottenne maggiore imperio.
Ma non potendo perciò né sottrarsi, né ripugnare alla sua tirannide, vivevano i mortali in quella suprema miseria che eglino sostengono insino ad ora, e sempre sosterranno.
Se non che la pietà, la quale negli animi dei celesti non è mai spenta, commosse, non e gran tempo, la volontà di Giove sopra tanta infelicità; e massime sopra quella di alcuni uomini singolari per finezza d'intelletto, congiunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i quali egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti più che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio.
Avevano usato gli Dei negli antichi tempi, quando Giustizia, Virtù e gli altri fantasmi governavano le cose umane, visitare alcuna volta le proprie fatture, scendendo ora l'uno ora l'altro in terra, e qui significando la loro presenza in diversi modi: la quale era stata sempre con grandissimo beneficio o di tutti i mortali o di alcuno in particolare.
Ma corrotta di nuovo la vita, e sommersa in ogni scelleratezza, sdegnarono quelli per lunghissimo tempo la conversazione umana.
Ora Giove compassionando alla nostra somma infelicità, propose agl'immortali se alcuno di loro fosse per indurre l'animo a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a sé, indegni della sciagura universale.
Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo; donde egli mai per l'avanti non si era tolto; non sofferendo il concilio degl'immortali, per averlo indicibilmente caro, che egli si partisse, anco per piccolo tempo, dal loro commercio.
Se bene di tratto in tratto molti antichi uomini, ingannati da trasformazioni e da diverse frodi del fantasma chiamato collo stesso nome, si pensarono avere non dubbi segni della presenza di questo massimo iddio.
Ma esso non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti all'imperio della Verità.
Dopo il qual tempo, non suole anco scendere se non di rado, e poco si ferma; così per la generale indegnità della gente umana, come che gli Dei sopportano molestissimamente la sua lontananza.
Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine.
Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina.
A ogni modo, l'essere pieni del suo nume vince per sé qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi.
Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell'animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di contrastare agli Dei.
E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu di essere tornati alla condizione della puerizia.
Perciocché negli animi che egli si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.
Molti mortali, inesperti e incapaci de' suoi diletti, lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì lontano come presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non ode i costoro obbrobri; e quando gli udisse, niun supplizio ne prenderebbe; tanto è da natura magnanimo e mansueto.
Oltre che gl'immortali, contenti della vendetta che prendono di tutta la stirpe, e dell'insanabile miseria che la gastiga, non curano le singolari offese degli uomini; né d'altro in particolare sono puniti i frodolenti e gl'ingiusti e i dispregiatori degli Dei, che di essere alieni anche per proprio nome dalla grazia di quelli.

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